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cochrane shield man logo webA cura di Giovanni Peronato

La Cochrane Collaboration compie vent’anni. Un “esperimento” riuscito, con poche imitazioni (suo omologo infermieristico il Joanna Briggs Institute) e uno sguardo al futuro che si presenta molto impegnativo.

La traduzione dell’editoriale natalizio dell’ex direttore del British Medical Journal Richard Smith è a cura di Giovanni Peronato, dei NoGrazie.

Le cose più interessanti nascono spesso per serendipità, in una vasca da bagno per Archimede o sotto un melo per Newton. Così, passeggiando lungo un fiume di primo mattino, Ian Chalmers ebbe una visione: fondare un gruppo che producesse revisioni sistematiche su singoli argomenti in base a tutti gli studi pubblicati. Era il maggio del 1991. Così nasceva la Cochrane Collaboration che oggi conta su 31mila collaboratori provenienti da 120 nazioni, con un attivo di 5000 revisioni sistematiche prodotte. Molto è stato fatto ma molto resta da fare; ecco le problematiche irrisolte.

Le revisioni riguardano più che altro problemi di terapia: mancano quelle sui test diagnostici, sugli studi sulla qualità, sulla valutazione di strumenti come UpToDate o Clinical Evidence del BMJ.

Gli argomenti coperti dalle revisioni sono a macchia di leopardo, molti quesiti rimangono orfani ovvero la risposta finale è laconica: mancano evidenze, cosa che non aiuta certo il clinico. Ad esempio, su 358 domande che può porsi un dermatologo solo a tre di esse è stato possibile dare una chiara risposta.

La medicina clinica si occupa di pazienti complessi, mentre gli studi controllati arruolano pazienti con una sola malattia, dunque le revisioni forniscono suggerimenti difficilmente applicabili al mondo reale.

Un altro grave problema che assilla i revisori consiste nella mancata pubblicazione di almeno metà degli studi. Quelli pubblicati presentano in maggioranza risultati favorevoli al farmaco/intervento testato, pertanto le revisioni sistematiche concludono con un eccesso di ottimismo esagerando involontariamente i benefici della terapia. Tom Jefferson, revisore Cochrane per il problema dei vaccini, ha a lungo chiesto di poter visualizzare tutti gli studi sugli inibitori della neuraminidasi senza successo. Anche l'epidemiologo Rod Jackson lamenta di non poter accedere ai dati dei singoli pazienti, secretati dalle aziende farmaceutiche. Avere questi dati permetterebbe di stratificare i rischi per singoli gruppi rendendo la revisione più adatta all'applicazione nel mondo reale. L’accesso ai dati dei singoli pazienti permetterebbe inoltre di conoscere meglio gli effetti collaterali dei farmaci, in genere riportati in modo elusivo e parziale negli studi clinici pubblicati.

Non è semplice produrre una revisione sistematica: ci vogliono in media 30 mesi per arrivare a pubblicazione con una spesa globale di circa 36.000€.

Un altro problema è l’aggiornamento costante di queste revisioni, cosa che avviene solo per un terzo di esse.

Un ulteriore punto all'ordine del giorno è come rendere più agile la lettura delle revisioni, così da risultare utili nella pratica clinica, e come implementare la facilità di accesso ai dati attraverso licenze d’uso meno onerose.

Questi sono in sintesi i problemi che la Cochrane Collaboration dovrà affrontare in futuro per migliorare sempre più la qualità del prezioso servizio reso alla comunità scientifica.

 

Fonti consultate

  • Smith R. (2013) The Cochrane Collaboration at 20.

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Citazione: Peronato G. (2013) “Vent’anni e non li dimostra”. Disponibile da: https://nonsolomedicazioni.it. Ultimo accesso: gg/mm/aa

Pubblicato: 28 dicembre 2013

Copyright: ©2013 Nonsolomedicazioni. Questo è un articolo open-access, distribuito con licenza Creative Commons 3.0, che ne consente l’utilizzo, la distribuzione e la riproduzione esclusivamente per fini non commerciali, a condizione di riportare sempre autore e citazione originale.

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