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lawA cura di Claudia Caula

In seguito all’emanazione della legge Gelli, la parola d’ordine in ambito sanitario è diventata “linee guida”. Come riportava la presentazione del convegno Linee guida e percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali: metodi, aderenza e responsabilità, organizzato dall’Associazione Alessandro Liberati Network italiano Cochrane, è indubbio che la “constatazione che qualsiasi decisione riguardante la salute, la prevenzione, la diagnosi o la terapia dovrebbe essere l’esito condiviso di un percorso costruito insieme dal malato/familiari e dal personale sanitario … ed in questo processo decisionale il ruolo della componente scientifica, anche quando derivata da buone LG, è spesso solo parziale”, e che ciò costituisca un elemento di significativa criticità.

Inoltre, i nostri sono pazienti sempre più complessi, con multi-morbilità ecc, e “… attribuire alle LG un ruolo vincolante può comportare seri pericoli per i pazienti, perché i medici potrebbero essere forzati a scelte formalmente aderenti, anche quando non appropriate nel caso specifico”. Un altro elemento è legato alla responsabilità: le linee guida, contrariamente a ciò che si presumeva, non hanno comportato una diminuzione, ma un aumento dei contenziosi legali.

Il punto di partenza di questa ampia base di riflessioni, tutt’altro che semplici, ma che altrettanto indiscutibilmente non possono essere ignorate, coincide con l’importanza “… della qualità dei contenuti delle linee guida”– e sulla questione “qualità” si scoperchia il classico vaso di Pandora.

A vent’anni dall’avvento dell’Evidence Based Medicine/Nursing/Practice ecc, la strada da fare appare purtroppo ancora molta: l’andazzo prevalente era e resta quello ‘immortalato’ nell’acronimo BOGSAT medicine (a Bunch of Guys Seated Around a Table, un gruppetto di amici seduti intorno a un tavolo) (De Fiore, 2018a) – ben descritto nel racconto (vero) su un gruppo dirigente di una società scientifica, riunitosi nell’hotel di un’isola di fronte a Napoli per un fine settimana, che in un giorno e mezzo aveva ‘sfornato’ bell’e pronta la linea guida (De Fiore, 2018b).

È capitato alla maggior parte di noi imbattersi in tutta una serie di documenti cui è stata appiccicata l’etichetta di “linea guida”, ma che poi di fatto linee guida non sono; il metodo GRADE – che è particolarmente utile proprio in settori come quello del wound care dove le aree di incertezze abbondano – è ancora poco conosciuto e ancor meno utilizzato (Minozzi et al, 2018); l’assenza di conflitti di interesse da parte dei componenti del gruppo di lavoro spesso viene risolta semplicemente non ponendosi il problema. Lo studio Linee guida per la pratica clinica in Italia: qualità metodologica e gestione dei conflitti di interesse, finanziato dalla Fondazione GIMBE e condotto sotto l'egida dell’Istituto Superiore di Sanità e del Guidelines International Network (GIN), in cui sono state valutate secondo gli standard di riferimento GIN (vd. Tabella 1) esclusivamente linee guida prodotte dalle società scientifiche italiane, mette in luce che la disclosure sui conflitti di interesse era riportata solo nel 17% delle 75 linee includibili nello studio (su 359 documenti complessivi) (Cartabellotta et al, 2017).
La domanda “se il nuovo impianto giuridico si inserisca in un contesto maturo o acerbo” se l’è posta anche un interessante articolo: vi lasciamo immaginare le conclusioni o, preferibilmente, leggere direttamente dalla mano degli autori che hanno condotto la ricerca (Minozzi et al, 2018).

tabella gin linee guida

Fonti consultate

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Citazione: Caula C. (2018) “Linee guida: croce e delizia nel wound care (e non solo)”. Disponibile da: http://nonsolomedicazioni.it. Ultimo accesso: gg/mm/aa

Pubblicato: 20 novembre 2018

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Fonti di finanziamento: Nessuna

Conflitti di interesse: Nessuno

 




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